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Treviso da gustare!

Bartolomeo Stefani, cuoco del Duca di Mantova, nel 1671 consigliava al suo signore le famose "lamprede" trevigiane, che si pescavano nei corsi d'acqua della città.
Se visitate la grande Chiesa gotica di San Niccolò, ai piedi dell'immenso affresco di San Cristoforo, scoprirete un vero e proprio atlante dei pesci e dei crostacei che arrivavano alle mense dei trevigiani e dei loro ospiti dopo essere stati pescati con reti, canne e nasse: lucci, tinche. trote, anguille, temoli, marsoni.

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Anche la povera gente non aveva di che lamentarsi, questo ben di Dio era a disposizione di tutti coloro che si armavano di perizia e pazienza venendo ampiamente ricompensati.
Anche se, come raccontava in una testimonianza raccolta da Bepi Maffioli (raffinato gourmet e grande conoscitore della cultura trevigiana vissuto nel dopoguerra), "A ciapar la gente par i piè e sgorlarli in zò, no' vegniva fora gnanca un bolo da sinque schei" (A prendere le persone per i piedi, scuotendole, non sarebbe venuto giù neanche un soldo bucato), soprattutto in campagna, dove si poteva approfittare dei frutti della caccia e della pesca, non ci si poteva certo lamentare.

Sempre Bepi Maffioli fondatore di un Festival Gastronomico a Treviso di grande successo, riconosce a Treviso il primato di prima città gastronomica del Veneto, già dal dopoguerra.
Una città che ha saputo e voluto fin da allora "attirare una notevolissima corrente di ghiottoni", grazie al genio e alla passione di figure mitiche mai dimenticate come il ristoratore "Carletto", il creatore del radicchio rosso Francesco Van den Borre, Ermete Beltrame e la sua prelibata "porchetta trevigiana" e molti altri ancora, che oggi continuano questa tradizione fatta di amore e conoscenza per la terra e i suoi prodotti insieme alla capacità e al desiderio di offrire nuove opportunità al nostro palato e alla nostra curiosità di turisti.

 

 

Treviso ospitale!  

Treviso è sempre stata una città aperta agli ospiti. Sulla facciata esterna della cinquecentesca Porta di San Tommaso troviamo la scritta: "PORTA DE SAN THOMASO" in dialetto veneto, a significare che la città era aperta a tutti, popolo, nobiltà e viaggiatori di ogni ceto. All'interno leggiamo ancora oggi, in latino DOMINUS CUSTODIAT INTROITUM ET EXITUM TUUM: il Signore custodisca il tuo entrare e il tuo uscire.

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Il Prosecco e non solo! Dalle colline alla pianura, ogni passo è una scoperta.

Treviso: prosecco e non solo

Perchè parlare di Prosecco? Prima di tutto perchè è vino italiano più venduto (e conosciuto) nel mondo (surclassando addirittura lo Champagne nel 2014!). Ma le ragioni per raccontare la storia di questo ottimo vino vivace e beverino sono almeno due.

Prima di tutto perchè è un vino che ha una storia. Sappiamo che nel XIV secolo Trieste inviava alla corte d'Asburgo 100 anfore di Prosecco ogni anno, anche se solo nel '500 assume il nome che lo caratterizza ancora oggi, dal precedente vino Pucinium che -racconta Plinio il Vecchio- era il vino prediletto di Livia, moglie dell'imperatore Cesare Augusto.Lo ricorda nel 1593 Fynes Moryson, visitando l'Italia del Nord:

Fynes Moryson viaggiatore e buongustaioFynes Moryson viaggiatore e buongustaio«Here growes the wine Pucinum, now called Prosecho, much celebrated by Pliny»

Ma la storia di un vino capace di rinnovarsi non termina nemmeno oggi, e questa è la seconda buonissima ragione per parlarne: il Consorzio del Prosecco Conegliano-Valdobbiadene, che ha dato il nome anche al bellissimo percorso nei colli da Valdobbiadene a Conegliano, Il Prosecco DOCG, non utilizzerà più l'erbicida Glisofato e nemmeno altri erbicidi chimici, scegliendo di utilizzare solo presidi ottenuti con criteri biologici!

consorizio prosecco DOCGL'area del Prosecco DOCG (cartina tratta da https://www.coneglianovaldobbiadene.it)

 



Mangiare: dal Radicchio di Treviso, ogni paese un gusto nuovo

Mangiare a treviso

I vecchi locali trevigiani, in cui nei giorni di mercato si recavano i nonni e i bisnonni dei trevigiani che ora affollano il centro per lo "spritz" della sera, non ci sono più (a parte qualche eccezione, come il ristorante Le Beccherie), ma i giovani ristoratori hanno saputo raccogliere questa importante eredità gastronomica, spesso trasformandola con creatività. 

Ancora prima della cucina l'agricoltura e l'impresa veneta e trevigiana hanno saputo evolversi e cambiare per raggiungere nuovi traguardi, proprio come il Radicchio di Treviso: alla fine dell'800 i coltivatori locali cercavano soluzioni per "imbiancare" le cicorie locali e Francesco Van Den Borre, apprezzatissimo ingegnere botanico belga in Italia per un importante incarico, sperimenta qui a Treviso le tecniche utilizzate per l'Indivia Belga ottenenendo dalla "cicoria rossa veneziana" proprio l'attuale il Radicchio di Treviso, il fiore che si mangia!
Ma oltre al "radicchio gotico", come Maffioli chiamava lo slanciato ed elegante radicchio trevigiano, c'è anche quello dalle linee morbide e tondeggianti, quasi "rococò", ovvero quello di Castelfranco Veneto.

L'Asparago Bianco di Bassano del Grappa e quello di Badoere, i "Marroni" di Combai, Il Tiramisù di Treviso, l'Oca del Mondragon, il "Musetto" e l'Ossocollo (ma non dimentichiamo la Porchetta e la Soppressa) trevigiani, lo "Spéo" che si gusta con gli occhi prima che con la bocca, osservandolo sfrigolare mentre lentamente si cuoce alla fiamma o alla brace nelle fredde serate invernali, il "Montasio", il "Morlacco" e il "Bastardo" del Grappa, e molti degli altri formaggi, freschi, mezzani e stagionati che ci accompagnano a tavola, apprezzatissimi anche come "ciccheto" fuoripasto, magari accompagnato da una "ombreta" di rosso.

Ma siamo solo all'inizio. Ogni luogo un paesaggio, una storia, un'opera d'arte e dell'uomo, anche quelle che nascono ancora oggi nelle cucine: se il tempo oggi è come sempre tiranno, allora approfittate di questi frutti condensati di storia, d'arte e della terra. Viaggiate senza muovervi dal tavolo del vostro ristorante, della locanda, dell'hosteria. E fatevi raccontare il piatto che state mangiando dal vostro ristoratore, non vi deluderà.

tiramisu trevigiano

 

Cosa ci si poteva aspettare di mangiare in ristorante trevigiano del '700? Carlo Goldoni lo racconta in maniera molto divertente in questa commedia destinata al Théatre Italien di Parigi.

CHI LA FA L'ASPETTA

di CARLO GOLDONI, ANNO 1765

SCENA QUATTORDICESIMA

L’OSTO e il Sior LISSANDRO (mercante di gioielli falsi).

LISS. Vegnì avanti, sior paron.
OSTO La me comandi.
LISS. Nu gh’avemo bisogno de vu, presto, pulito, e no vardè bezzi.
OSTO Per quanti?
LISS. Aspettè. Do e do quattro, e do sie... per sette; per sie o sette.
OSTO Vienle da mi, o vorle che le serva qua?
LISS. Qua, qua, da sior Gasparo. Lo cognosseu sior Gasparo sanser?
OSTO Lo cognosso de vista. So ch’el xe una persona civil, ma nol m’ha mai fatto l’onor de spender un soldo alla mia osteria.
LISS. Ben, caro vecchio, tutte le cosse gh’ha d’aver el so principio; el principierà ancuo.
OSTO Nol ghe xe in casa sior Gasparo?
LISS. Nol ghe xe; el m’ha dà l’incombenza a mi.
OSTO La perdoni, e ela? La so riverita persona?
LISS. Mi son so fradello.
OSTO Me ne consolo infinitamente. (cavandosi la berretta o il cappello) E... la perdoni, la pagherà ela?
LISS. Pagherà mio fradello. Gh’aveu qualche difficoltà?
OSTO Gnente affatto. Me maraveggio.
LISS. Gh’ho ben campo de vegnir spesso alla vostra bottega.
OSTO La vederà che gh’averò ambizion de servirle. Quanti piatti comàndele?
LISS. Sentì, amigo. Mio fradello xe un omo che in te le occasion no se fa vardar drio; trattèlo ben, e no ve dubitè gnente.
OSTO Per esempio, cento risi colla quagietta?
LISS. Sì ben.
OSTO Un bel pezzo de triolfa de lai suttilo?
LISS. Anzi.
OSTO Un cappon impastà col balsamo del Perù?
LISS. Anca con quel della Mecca, se volè.
OSTO Un fracassè all’ultima moda?
LISS. Bravo! evviva la moda!
OSTO Ma ghe raccomando el piatto.
LISS. Come el piatto?
OSTO Perché m’impegno che le magnerave anca el piatto.
LISS. Ho capio; son cortesan, e no ghe arrivava.
OSTO Lattesini certo.
LISS. S’intende.
OSTO Figà de vedello?
LISS. No ghe xe risposta.
OSTO Vorla che fazza un contrabbando?
LISS. Che xe mo?
OSTO Che ghe daga una lengua de manzo salmestrada co le mie man?
LISS. Magari!
OSTO La sentirà che roba! altro che calle dei Fuseri! La sentirà. Cossa vorla de rosto?
LISS. Cossa gh’aveu de bon?
OSTO Tutto quel che la vol, lonza, straculo, cingial, lievro, agnello, cavretto, pollastri, dindi, capponi, ànere, quaggie, gallinazze, beccanotti, pernise, francolini, fasani, beccafighi, tutto quel che la vol.
LISS. Tutta sta roba gh’avè?
OSTO La comanda, e no la dubita gnente. Semo a Venezia, sala! No ghe nasse gnente, e ghe xe de tutto, e a tutte le ore, e in t’un batter d’occhio se trova tutto quel che se vol. La comandi.
LISS. M’avè minzonà tanta roba, che m’avè confuso la fantasia.
OSTO Faremo cussì: una lonza, sie gallinazze, e do pollastrelli.
LISS. Sì ben.
OSTO Vorla una torta?
LISS. Perché no?
OSTO Una crema de cioccolata?
LISS. Sior sì.
OSTO Ostreghe ghe ne vorla?
LISS. Oh sì apponto, le ostreghe.
OSTO Ghe voria anca la so tartuffoletta maligna.
LISS. No disè mal; e che sior Gasparo se fazza onor.
OSTO No la se indubita, che el xe in bone man.
LISS. Me par anca mi.
OSTO Cossa comàndela per el deser?
LISS. Vu sè omo capace; fe tutto quel che volè.
OSTO La se lassa servir, e no la gh’abbia travaggio de gnente.
LISS. Ma disème, caro sior...
OSTO Paron Ménego, per servirla.
LISS. Caro sior paron Ménego, questo che m’avè esibìo, nol xe miga un disnar da ostaria.
OSTO Bravo! La gh’ha rason. Ma no la sa che gh’ho do cusine, do capi cuoghi, do caneve e do botteghe? Mi ghe darò da disnar, se la vuol, scomenzando da diese soldi a testa, fina a diese zecchini, se la comanda.
LISS. Sior sì, ho capio tutto. Ma aspettè, caro vecchio... (vorave farghela portar a sta caìa de sior Gasparo, ma no voria mo gnanca rovinarlo). (da sé) Disème, sior paron Ménego, appresso a poco quanto ne fareu spender in sto nostro disnar?
OSTO El vin se lo pòrteli lori?
LISS. Vu avè da metter tutto. Pan, vin, frutti, biancheria, possade, piatti, tutto quel che bisogna.
OSTO Anca i piatti da tovaggiol?
LISS. No so, per quelli no credo; ve saverò dir (anderà a véder se ghe xe el bisogno in cusina). (da sé)
OSTO La senta, co la vol un disnar da par soo, con tutto quel che s’ha ditto, manco de do zecchini a testa mi no la posso servir.
LISS. No, amigo, mio fradello sta spesa nol la vol far, un zecchin a testa, e gnanca un bezzo de più. (Per sie o sette zecchini, la se ghe pol far portar) (da sé)
OSTO Mi le servirò a quel prezzo che le comanda; za le tartuffole con sti sirocchi le xe patìe.
LISS. N’importa, faremo de manco.
OSTO Le ostreghe chi le ghe piase, e chi no le ghe piase.
LISS. Xe vero.
OSTO Mezza gallinazza per omo, le gh’ha da magnar quanto che le vol.
LISS. No andè avanti altro, compare; fermeve là.
OSTO Sarà difficile che a st’ora trovemo dei lattesini.
LISS. Oh compare, compare, no me dè in te la gola; no me tocché i lattesini.
OSTO Vorle spender un zecchin a testa?
LISS. Sior sì, ma ben lo volemo spender.
OSTO La lassa far a mi, che ghe lo farò spender ben. (comincia a partire)
LISS. E presto. (s’incammina verso l’appartamento)
OSTO In tun batter d’occhio. (camminando)
LISS. E pulito. (camminando)
OSTO La vederà. (camminando)
LISS. Pan? (camminando)
OSTO Da Marocco. (camminando)
LISS. Vin?
OSTO Da Vicenza.
LISS. Da bravo, sior paron Ménego.
OSTO La sarà contenta de mi. (parte per la porta della scala)
LISS. E sior Gasparo pagherà. (parte per la porta di mezzo)